giovedì 20 giugno 2013

sul restauro dell'arte contemporanea....

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Antonio Rava
Antonio Rava
Lo incontriamo all’Università di Salerno, introdotto, nell’aula rabbuiata per la proiezione dei Powerpoint, dalle luminose parole di Maria Passaro. “Antonio Rava, un angelo custode dell’arte contemporanea.” Classe 1952, diploma all’Istituto Centrale del Restauro, specializzazione al Dipartimento di Conservazione dell’Institute of Fine Arts della New York University.
Ha anche una laurea in Architettura, ma critica gli architetti che restaurano: “Troppo spesso non partono da un approfondimento culturale sufficiente, ad ampio raggio, utilizzando materiali non coerenti con quelli originari. Come nota Zorio, nessuno restaurerebbe la carrozzeria di un’automobile utilizzando tavolozza e colori a olio! Bisogna sempre lavorare in maniera conseguente alla produzione dell’oggetto”.
Negli anni Rava si è occupato delle opere e dei manufatti più disparati, mosaici di Prampolini e Depero, murales di Keith Haring, oggetti plastici del Museo del Cinema di Torino, la Superficie Lunare di Giulio Turcato, grande opera in gommapiuma lacerata e senza più consistenza per la quale si era persa ogni speranza, tanto da essere cancellata dai registri delle opere della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
“Ma non è detto che la morte dell’oggetto sia un esito scontato”, e colpisce la visione tranquilla e rasserenante di Rava, mentre la teoria del restauro pare sfilacciarsi nelle maglie del sistema del pop e per l’endemica carenza di risorse molti monumenti cadono a pezzi o vengono sviliti da restauri ignoranti. Anche quando si parla di Pompei, dei soldi buttati e delle case crollate, Rava non si scompone più di tanto: “Uno dei casi più drammatici italiani, abbiamo tante rimostranze e tante speranze”. Come a dire: rimbocchiamoci le maniche, inutile piangere sull’arte versata.
Molte opere odierne, nel rispecchiare la natura effimera di una società usa-e-getta, pongono già un grosso problema: è più giusto che l’opera viva la sua precarietà oppure deve essere salvata dal proprio tempo?
C’è un’istanza fondamentale che è il non accanimento terapeutico: quello che abbiamo sentito nei recenti dibattiti sulla vita umana vale anche per l’opera d’arte. Se deve invecchiare per ottemperare alle esigenze espressive dell’artista, è necessario lasciare che il corso degli avvenimenti porti alle estreme conseguenze. Ci sono artisti come Joseph Beuys che si sono espressi in vita su questo aspetto, accettando il degrado dei loro manufatti e facendo delle critiche quando sono state fatte indebite operazioni conservative, perché per loro l’irrancidimento, lo sgretolamento, la polverizzazione del materiale fa parte del percorso corretto dell’opera. In questi casi è giusto quanto affermato da Bonito Oliva: seppellite le opere con gli artisti che le hanno create.
Se però non possiamo agire sul corpo dell’opera, possiamo farlo sull’ambiente, e questo è un aspetto molto importante. Possiamo ridurre gli sbalzi di temperature e l’umidità, l’illuminazione e l’ossigeno, ossia possiamo creare tutta una serie di fattori che non toccano l’opera ma che impediscono l’accelerazione del processo di disgregazione. E questo è lecito. Alcuni artisti come Pistoletto si sono espressi dicendo che è sempre brutto mettere qualcosa in vitro, ma quando è necessario va fatto. Come diceva Cesare Brandi, “primum vivere”: non è detto che la morte dell’oggetto sia un esito scontato. Non è detto che tutto debba avvenire seduta stante e le opere sparire dalla circolazione e dalla fruizione delle generazioni future, rimanendo soltanto come immagine.
Ritratto di Keith Haring - photo Philippe Bonan - giugno 1989 - © Philippe Bonan
Ritratto di Keith Haring – photo Philippe Bonan – giugno 1989 – © Philippe Bonan
Lei si è occupato di restauri di murales di Keith Haring. A proposito di murales, è possibile che, come l’artista tradizionale programmava la patina, lo street artist preveda, accetti o addirittura desideri per le sue opere l’annerimento tipico della città?
Per Keith Haring lo escludo. L’artista si è espresso in maniera possibilista rispetto alla ridipintura dicendo: “Questi sono i colori che ho usato”, fornendo la dicitura tecnica per poterli riproporre in caso di necessità. L’attuale direttrice della Fondazione Keith Haring, che è stata molto vicina all’artista, chiarisce inoltre come le opere pubbliche fossero opere-manifesto, destinate a un’ampia fruizione (ad esempio Crack is wack contro l’uso di una droga particolarmente distruttiva per i giovani della sua generazione) e quindi assolutamente bisognose di leggibilità.
Lei però, da buon restauratore italiano, ha cercato di evitare la ridipintura e salvare il salvabile dei colori originali…
È vero. Ho cercato di spiegare le varie possibilità di pulire piuttosto che ridipingere, proprio perché noi abbiamo questa forte tradizione che c’impedisce di coprire ciò che stato fatto originariamente dall’artista, ma lo vogliamo vedere proprio di mano sua. Per cui il ritocco, se c’è, dev’essere limitato e riconoscibile.
Invece la Fondazione Haring è per le ridipinture?
La Fondazione aveva quest’ordine d’idee di fronte al pericolo di mantenere le opere in uno stato rovinoso. “Se non ha più una valenza espressiva, non è più un’opera di Haring”, dicevano, e su questo sono d’accordo: le nostre problematiche sulla materia e sull’originalità vengono dopo le ragioni e il messaggio dell’artista. Si tratta di mediare un pochino, e ho constatato che il nostro approccio cauto e dubitoso piace, influenzando in qualche modo anche le ricerche di questi organismi internazionali. Per esempio, la Fondazione Haring è stata contentissima quando ho trovato il giallo originale del murale di Melbourne, che sembrava sparito del tutto.
È giusto dire che l’opera contemporanea, segnatamente il murale, si trova in un limbo tra antiche e collaudate tecniche di esecuzione – basti citare l’affresco – rifiutate perché ritenute anacronistiche e premure conservative possibili con tecnologie e materiali odierni che però sembrano non interessare agli artisti?
Sì, sulla conservazione gli artisti contemporanei sono in genere glissanti, disinteressati quasi. Molti artisti intervistati ci hanno detto: “È un problema vostro, noi ci siamo limitati a fare la nostra proposta artistica…”. Io accetto pienamente questa sfida, perché fa parte del mio compito far durare qualsiasi cosa.
Keith Haring - Extralarge: the ten commandments, the Marriage of Heaven and Hell - veduta della mostra presso la ex Chiesa di San Francesco, Udine 2012
Keith Haring – Extralarge: the ten commandments, the Marriage of Heaven and Hell – veduta della mostra presso la ex Chiesa di San Francesco, Udine 2012
Lei ha parlato di una sorta di bestemmia tecnica, l’accoppiamento contro natura di intonaco e colori acrilici.
Così lei drammatizza… [Sorride, N.d.R.] In realtà sono due materiali incompatibili, che si comportano in maniera differente rispetto all’ambiente e, in particolare, all’acqua. Ma anche questa incompatibilità può essere aiutata a trovare un raccordo. Certo, nell’affresco tradizionale questo problema non si poneva, la compatibilità era somma. L’intonaco conteneva la parte pittorica al suo interno, non c’era una pellicola pittorica di tipo differente che poteva dilaminarsi…
Anche nel restauro dell’arte contemporanea, la precoce e incisiva teoria del restauro italiana ha il suo peso. Possibile anzi che sia più rispettata nel restauro dell’arte contemporanea che in quello di opere antiche?
È molto rispettata ovunque. Ma dobbiamo ricordare che la teoria brandiana è nata negli Anni Cinquanta, nel contesto di ricostruzione post-bellica, quando i rischi di abusi erano molto frequenti. Brandi dovette lavorare a una normativa il più possibile chiarificante, pur essendo molto difficile regolare tutto in un modo univoco. In alcuni casi quindi siamo in presenza di esercizi teorici che hanno scarso riscontro con la realtà. Ad esempio, il criterio di reversibilità non ha alcun senso applicato ai consolidamenti, essendo un po’ una contraddizione di termini. Se un’opera era in cattive condizioni prima di averla consolidata, togliere questo consolidante significa ridurla in briciole.
Ciò non toglie che anche nell’arte contemporanea la Teoria del restauro abbia una funzione di “rete di sicurezza” (Marina Pugliese), ovvero una base interpretativa attraverso cui non cadere in errori macroscopici. Brandi ti aiuta a pensare, e prima di ogni restauro pensare è fondamentale.
Bruno Zanardi sostiene che vi sia una crisi metodologica del restauro e punta il dito su alcuni sistemi di fruizione che stanno mettendo a rischio le opere. Ad esempio, i dipinti di Caravaggio sono restaurati a getto continuo perché devono “andare in mostra”… Anche il criterio del minimo intervento ha fatto il suo tempo?
Lei parla della moratoria proposta da Settis e Zanardi per evitare di restaurare sempre le stesse opere. Moratoria a cui mi sono opposto perché faceva di tutta l’erba un fascio, rischiando di mettere in mora e far chiudere imprese d’eccellenza. La perdita di queste imprese sopravvissute ad anni difficili sarebbe molto grave per l’Italia perché la tradizione passa attraverso le imprese, trasmettendo il messaggio del restauro made in Italy al mondo. Quindi prima di tutto salviamo le imprese, poi pensiamo a una rarefazione degli interventi.
Alessandro Paolo Lombardo - http://www.artribune.com/2013/06/antonio-rava-langelo-custode-dellarte-contemporanea/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+Artribune+%28Artribune%29&utm_content=FaceBook

domenica 16 giugno 2013

Book crossing delle linee Nord

Finalmente l'inverno è finito....quest'anno è stato un po' troppo persistente, da tempo si sentiva l'esigenza di cambiar stagione. Ecco quindi la prima buona occasione per fare una gita fuori porta, più precisamente a Montisola, lacustre isola del lago d'Iseo: il "dinosauro addormentato" tanto amato dal pittore bresciano Angelo Fiessi.
Per rendere la scampagnata più festosa, particolare ed accattivante, anzichè infilarmi in auto, ho impiegato il treno. All'arrivo in stazione quale stupore trovare una scansia di libri nella sala d'attesa e ancor di più trovare su di essi il seguente adesivo:
"Ciao! Leggimi e Rilasciami!
Sono un LIBRO LIBERO lasciato da qualcuno perchè fossi TROVATO.
Segnala che mi hai trovato su:
www.bookcrossing.com
Usando il mio numero (BCID) qui sotto.
E' semplice e gratuito.
Partecipa anche tu! Leggimi e rilasciami!"
W il bookcrossing*
W Sulzano!


http://it.wikipedia.org/wiki/BookCrossing




mercoledì 12 giugno 2013

Uno dei malintesi che dominano la nozione di biblioteca è che si vada in biblioteca per cercare un libro di cui si conosce il titolo. In verità accade sovente di andare in biblioteca perché si vuole un libro di cui si conosce il titolo, ma la principale funzione della biblioteca, almeno la funzione della biblioteca di casa mia e di qualsiasi amico che possiamo andare a visitare, è di scoprire dei libri di cui non si sospettava l'esistenza, e che tuttavia si scoprono essere di estrema importanza per noi (Umberto Eco, De bibliotheca, 1986)

giovedì 16 maggio 2013

FRAMMENTI DEL GIAPPONE TRADIZIONALE, negli scatti di KARMEN CORAK

COME SEMPRE DIVULGO.....COME SEMPRE NON RIUSCIRO' A VEDERE LA MOSTRA....ASPETTO IL SUO APPRODO A BRESCIA!

"I frammenti del Giappone tradizionale  di  Karmen  Corak  descrivono  un  universo  che  offre  una  ricercata  unità complessiva, pur soggiacendo alle dovizie di particolari, con cui indicare la mutevolezza dell’incessante divenire.
La sua indagine intende esprimere la vera essenza della natura, attraverso quei dettagli che nascondono sempre l’inesprimibile. Immagini intese come tracce di memoria, perché contengono un significato più profondo, che impone una digressione sulla vita culturale e spirituale dei giapponesi. Il suo è un viaggio visivo che si confonde con la forza del segno, allusivo ed evocatore, di un codice simbolico. Penetra dentro il mondo giapponese, che ama per carpire l'essenzialità del wabi sabi, quella capacità dell’uomo di riprodurre la complessa semplicità della natura: è un'esperienza artistica che è sempre in continuo mutamento, la riproduzione di un’armonia estetica ma profondamente umana. La forza del simbolo permette cosi di andare al di là della percezione sensoriale per
cogliere il vigore  del suo profondo valore universale.  Wabi sabi è tendenza verso la perfezione che passa attraverso il culto dell'imperfezione, perché, per i giapponesi, la bellezza assoluta coincide con il senso della caducità. Karmen Corak, da osservatrice privilegiata, cerca di rievocare i cardini del pensiero estetico del Giappone antico che le sue immagini inseguono con naturalezza. “È come una sera d'autunno, sotto una distesa incolore di cielo in silenzio. In qualche modo, come se per qualche motivo che dovremmo essere in grado di ricordare, lacrime scendono incontrollabili” (Kamo no Chōmei , Hōjōki, Ricordi della mia capanna, 1212)                                     Marco Meccarelli

Le fotografie sono stampate su washi, carta giapponese realizzata da maestri cartai Futoshi Umeda e Masao Seki."

lunedì 13 maggio 2013

è uscito CHARTA N. 127 - con il mio articolo!


Ultimo numero

Numero 127
 
 
Voci e ricordi di pellegrini e viaggiatori verso Gerusalemme di Alessandro Tedesco.
Da sempre l’uomo è attratto da ciò che è estraneo alla sua quotidianità; attrazione, questa, legata spesso alla paura: preoccupazione per quello che potrà incontrare lungo il percorso allontanandosi dalla dimensione conosciuta e timore reverenziale per ciò che lo attende al termine del cammino.

Un secolo di “nigrizia” pubblicitaria tra sorrisi e pregiudizi di Michele Rapisarda.
Ci sono argomenti iconografici curiosi e affascinanti, di cui non è sempre facile dare una lettura storica e al tempo stesso “politicamente corretta”. I “mori” come simbolo esotico erano già presenti nelle insegne commerciali (blackmoor’s head e black boy) dell’Inghilterra del xviii secolo (Ambrose Heal “Sign-boards of Old London shops”, Portman Books, London, 1988). Un’usanza destinata ad avere fortuna anche in Italia se, ancora nel 1848, Paolo Bonomi, commerciante di “ogni sorte di panni…” in Milano, stampava sulla sua carta intestata l’insegna del moro, con turbante e pennacchio.

L’autoritratto involontario di un protagonista di mezzo secolo breve di Alessandro Scarsella.
Si tratta di una specie di agenda-promemoria redatta a trama fitta che occupa ,seguendo la cronologia di ogni anno,il cinquantennio 1896-1946. L’impianto sembra obbedire, riga su riga e una pagina dopo l’altra a un disegno quasi intimistico, nella misura in cui vi si  intrecciano il destino privato della prima persona alla tragedia sovraindividuale del suo tempo,e fino alla svolta epocale del ’46 che cancellerà l’ordinamento monarchico dello stato italiano.

Le collane della “Grande Sansoni” fra tradizione e book design di Mauro Chiabrando. 
Dicevano i latini: nomen omen. Nel caso di Giulio Cesare Sansoni, fondatore dell’omonima casa editrice fiorentina nel 1873, nel nome c’erano tutti i presagi di straordinarie imprese.

Eneidi figurate dei secoli XVI e XVII di Ferruccio D’Angeli e Raffaele D’Angeli.
Ci occupiamo qui dell’Eneide che fa parte dell’Opera Omnia di Virgilio, illustrata sotto la direzione di Sebastian Brant, e accenniamo ad alcune altre edizioni dell’Eneide, figurate e non, tra le innumerevoli stampate in Europa nei secoli XVI e XVII.

Willam Nicholson, grande print-maker vittoriano di Santo Alligo. 
Magnifico ritrattista, straordinario pittore di nature morte e personalissimo paesaggista William Nicholson deve la sua fama internazionale a un pugno di volumi pubblicati dal 1898 al 1902.

Piatti e ricette del giallo italiano contemporaneo di Loris Rambelli.  In Italia, l’idea di abbinare la narrativa poliziesca al cibo fu lanciata in un originale convegno dal titolo Il delitto è servito, tenutosi a Piombino il 15 maggio 1993, organizzato dalla Coop Toscana Lazio e dalla rivista “Nuovo Consumo”. Gli atti, Crimini di gola. Il cibo nella letteratura gialla, con interventi di scrittori, critici, persino di un noto docente universitario esperto di storia e cultura dell’alimentazione, vennero pubblicati nel dicembre 1994.

Le xilografie di Robert Louis Stevenson e la Davos Press di Edoardo Fontana.  Gli Stevenson, Robert Louis la moglie Frances Matilda Van de Grift (Fanny) con il figlio avuto dal precedente marito, Samuel Lloyd Osbourne, giunsero a Davos-Platz il 18 di ottobre del 1881…  Robert Louis non se la passava bene per gli standard borghesi dell’epoca… Lloyd aveva una devozione e un amore sviscerati per il patrigno… Con la risoluzione che solo l’entusiasmo per una vita piena di futuro può concedere decise che sarebbe stata la tipografia a rendere meno povera la sua famiglia.

Due stampe di Jean-Auguste-Dominique Ingres di Licia Zorzella.  L’artista è conosciuto principalmente come pittore, attivo in Francia in pieno periodo Romantico; allievo di Jacques-Louis David, ne seguì lo storicismo neoclassicista, sino al suo avvento a Roma, dove poté vedere l’arte Rinascimentale italiana.

Ultima Thule.  Nel regno dei cannibali di Piero Falchetta

domenica 5 maggio 2013

il mondo dell'arte su Radio3

alle 11:20 la trasmissione A3 di Radio3 tratterà del libro, come espressione artistica, a celebrazione
di oltre 500 anni d'età.....un vecchietto che porta benissimo i suoi anni: in continua evoluzione da primordiale contenitore di nozioni, a indipendente oggetto d'arte.

giovedì 2 maggio 2013

Aspettare è ancora un’occupazione.
È non aspettar niente che è terribile.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere